

SBATTI IL MOSTRO IN PRIMA PAGINA
Produzione: It. 1972
Genere: Giallo
Durata: 86'
Regia: Marco Bellocchio
Soggetto: Sergio Donati
Sceneggiatura: Sergio Donati, Goffredo Fofi
Produttore: Ugo Tucci
Fotografia: Luigi Kuveiller, Erico Menczer
Scenografia: Dante Ferretti
Costumi: Franco Carretti
Suono: -
Trucco: Pierantonio Mecacci
Effetti: -
Montaggio: Ruggero Mastroianni
Musiche: Nicola Piovani
Cast: Gian Maria Volonté (Giancarlo Bizanti), Fabio Garriba (Roveda), Carla Tatò (moglie di Bizanti), Jacques Herlin (Lauri),
John Steiner (ingegner Montelli), Michel Bardinet (giornalista),
Jean Rougeul (direttore Il Giornale), Corrado Solari (Mario Boni),
Laura Betti (Rita Zigai)
Premi:
-
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Trama:
Milano, anni '70. Nel clima teso della contrapposizione politica, nella redazione del quotidiano borghese e
di destra Il Giornale, il redattore capo Bizanti, su invito della proprietà, segue gli sviluppi di un omicidio a
sfondo sessuale di cui è rimasta vittima una studentessa, allo scopo di incastrare un militante della sinistra
extraparlamentare e strumentalizzare politicamente la vicenda.
La campagna mediatica sortisce l'effetto sperato, e il "mostro" viene condannato innanzitutto sulle prime
pagine del giornale. La condanna, in primis morale, aiuta l'area reazionaria a screditare gli ambienti della
sinistra nella fase elettorale.
Recensione:
“Sbatti il mostro in prima pagina” è indubbiamente un film che si distacca dallo stile narrativo bellochiano.
Si riscontra una struttura da giallo politico che divide la sua narrazione in una doppia indagine: da un lato
la polizia fa arrestare un colpevole che è solo apparente, dall'altro Roveda scopre e cerca di incriminare il
vero colpevole. I due fronti seguono strade diverse, formando così un duro conflitto tra personaggi e
ideologie. E' un mockumentary di finzione che si divide in cronaca politica e narrazione metaforica.
E' facile intuire come questo film sia una denuncia contro l'istituzione giornalistica, tutte le sue servitù, le tecniche di manipolazione delle notizie. Le scene che ritraggono tutto ciò sono sicuramente quelle che rimangono più impresse nella mente dello spettatore.
Una scena che arriva come un pugno nello stomaco è quella in cui il protagonista (un Gian Maria Volontè in ottima forma) finge di leggere la testimonianza di Mario. L'inquadratura però mostra come in realtà il foglio della testimonianza sia bianco e che il redattore si stia inventando tutto. Lo scopo, e lo ottiene, è quello di colpire al cuore della fragile anima di Rita, facendola confessare.
In un'altra scena, quella in cui Roveda telefona al suo capo per dirgli che non è stato nè insultato nè picchiato, ma la mdp si sofferma su un articolo pronto per essere stampato in prima pagina dove invece si accusano i comunisti di aver picchiato un giornalista innocente.
Per non parlare della scena in cui il caporedattore insulta la propria moglie borghese.
Nel finale quello che rimane è la rabbia. Vedere come per politica, soldi e fama, i media (in questo caso i giornali) siano pronti a lasciare a piè libero un assassino piuttosto di far giustizia: i valori si sfasciano completamente.
Nell'ultima inquadratura i rifiuti vengono portati via dall'acqua, similitudine di un capovolgimento dei simboli che sottolinea il distacco, l'allontanamento dai personaggi.







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