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Produzione: It. 1966

Genere: Commedia, Grottesco
Durata: 85 min

Regia: Pier Paolo Pasolini

Soggetto: Pier Paolo Pasolini

Sceneggiatura: Pier Paolo Pasolini

Fotografia: Tonino Delli Colli

Scenografie: Dante Ferretti, Luigi Schiaccianoce

Costumi: -

Trucco: -

Effetti Speciali:

Montaggio: Nino Baragli

Musiche: Ennio Morricone

Cast: Totò, Ninetto Davoli, Francesco Leonetti, Femi Benussi, Gabriele Baldini, Riccardo Redi

 



Uccellacci e uccellini

Recensione di Giordano Biagio

“Non ho mai messo al mondo un film così disarmato, fragile e delicato come UCCELLACCI E UCCELLINI. Non solo non assomiglia ai miei film precedenti, ma non assomiglia a nessun altro film. Non parlo della sua originalità, sarebbe stupidamente presuntuoso, ma della sua formula, che è quella della favola col suo senso nascosto. Il surrealismo del mio film ha poco a che fare col surrealismo storico; è fondamentalmente il surrealismo delle favole [...] “.

Pier Paolo Pasolini
 

 

Premi:​

 

  • 1966 - Festival di Cannes: menzione speciale

  • 1966 - Nastro d'Argento: Miglior attore protagonista e Miglior soggetto originale

 

 

 

Trama:

Totò e Ninetto, padre e figlio, camminano per una strada desolata di periferia, tra viadotti abbandonati

e sobborghi colpiti dalla miseria, il nome dei luoghi sembra non avere importanza per Pasolini, i fatti

che accadono potrebbero riguardare le  periferie di ogni città italiana. I nomi delle vie dei centri abitati

non sono reali ma simbolici e sono dedicati a persone disoccupate, a ragazzi scappati di casa a 12 anni,

a uomini che hanno svolto lavori umili come lo scopino etc., di tanto in tanto tra le vie compaiono

provocatoriamente cartelli stradali strani, indicanti la direzione e la distanza dal sobborgo di paesi ad

etnie e culture molto diverse, come la Turchia. I due viandanti sono accompagnati da un corvo parlante

che si presenta come la coscienza critica del marxismo. L’uccello, che una certa tradizione simbolista 

pare assegnarli una  funzione divina dualistica  collegata da una parte con la saggezza la preveggenza

e la lungimiranza dall’altra con la morte e la distruzione intese nel loro senso più drammatico ed

esistenziale, sembra osservare e studiare  i cambiamenti sociali e ideologici del paese-Italia dialogando

con le masse protagoniste in quel momento della storia, incarnate in questo caso da Totò e Ninetto. Il

corvo racconta loro una favola in cui sono protagonisti gli stessi Totò e Ninetto nelle vesti di due frati

mandati da San Francesco ad evangelizzare i falchi e i passeri; questi uccelli rappresentano la società

del momento nella sua divisione tra classi borghesi e proletarie. Dopo alcuni tentativi, andati a vuoto,

di comunicare con gli uccelli  e un duro inverno meditativo, nevoso, ricco di preghiere, frate Totò in primavera riesce a simulare finalmente il linguaggio vocale dei corvi, trasmettendo con giubilo ai falchi la lieta notizia evangelica, un annuncio impregnato di pace e amore per il prossimo.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

I falchi inaspettatamente rispondono, colmi di stupore e meraviglia per i buoni propositi di Dio verso ogni sua creatura. Con i passeri frate Totò, in un primo momento, nonostante l’esperienza acquisita con i falchi, non riesce a trovare un linguaggio vocale adatto alla comunicazione, e la sua insistenza nella ricerca linguistica lo porta allo sfinimento. Un giorno però vedendo Ninetto fare un gioco simile a quello della campana,  saltellando cioè a piedi uniti su un lastricato a quadri, a Totò balza alla mente un’idea geniale: la caratteristica saliente del comportamento dei passeri è il ritmato movimento delle due zampette, veloce e a scatti, improvviso e simile a una danza, il frate  pensa che quello potrebbe essere il mezzo idiomatico  dei passeri e non il linguaggio privo di senso espresso con il cinguettio, prova quindi a muoversi  in quel modo,  e dopo qualche istante  nota con esultanza che i passerotti rispondono al richiamo. Il frate riesce quindi a  trasmettere anche a loro la lieta notizia evangelica. I passeri dimostrano meraviglia e sbalordimento per il lieto annuncio, anche se subito hanno pensato che la lieta notizia fosse una gratifica da parte di Dio in beni materiali: grano e becchime e non certo l’amore con il creatore e gli altri esseri per una vita pacifica ed eterna nella spiritualità assoluta. Riusciranno Totò e Ninetto con l’evangelizzazione a rendere il mondo degli uccelli pacifico, senza aggressività  o assassinii  tra specie diverse? E il loro cammino nel sociale italiano, con il corvo privilegiato osservatore ideologico, dove sfocerà?

  

​Recensione:

La forma metaforica e favolistica del film rappresenta un’Italia attraversata in buona parte dal pensiero marxista  e da ideologie borghesi reazionarie. Verso la metà degli anni ’60 con la morte di Togliatti, dopo la svolta di Salerno del ’43 che vedeva il Partito comunista accettare le regole della democrazia e collaborare alla costruzione di un paese diretto da diversi partiti intesi come rappresentanti delle numerose espressioni sociali, culturali, economiche dell’Italia, il marxismo compie la sua seconda sterzata storica, questa volta solo psicologica ma di grandi effetti politici: la morte del grande leader comunista getta nello sconforto e nell’incertezza ideologica gran parte degli iscritti e dei simpatizzanti marxisti; la linea della direzione del partito, guidata dall’integerrimo segretario subentrante Longo, mantiene si una posizione tattica e strategica di chiara espressione togliattiana ma i suoi risultati di coesione psicologica tra gli iscritti risulteranno insufficienti.

Per la maggior parte dei comunisti di allora marxismo voleva dire rivoluzione, dittatura del proletariato, o protagonismo fortemente riformista nella vita politica del paese, questo nonostante il parziale e tattico  tradimento  di Togliatti a Salerno nel ’43; l’attività politica del  grande leader, molto carismatico,  sembrava in qualche modo preannunciare un imminente futuro politico dominato democraticamente dal PCI che sarebbe stato in grado, secondo i più, di incidere notevolmente sulle condizioni di vita dei lavoratori e della  povera gente in generale.
In seguito il PCI non riuscirà mai ad essere forza di governo e ad attuare riforme consistenti, dalla morte di Togliatti in poi la sua deriva ideologica e utopica  sarà costante, scivolando verso una socialdemocrazia popolare di comune impronta europea, con una inevitabile deriva anche psicologica dei militanti più ideologizzati, sconfortati e delusi, sempre più depressi per il forte investimento psichico degli anni precedenti andato perduto. Il declino ideologico  arriverà a un punto tale da portare allo scioglimento del nome glorioso di Partito comunista italiano a favore di un termine storicamente più blando per le classi povere: Partito democratico della sinistra.


 

Pasolini nel ’66 con i suoi film intuisce tutto questo ed elabora la nota teoria della inarrestabilità del processo di  uniformità culturale tra ceti diversi, che riguarda l’assimilazione al costume borghese di gran parte delle masse popolari. Quest’ultime desiderano, sognano, pur da una posizione di subalternità, la cultura borghese, con tutti gli  svaghi che essa propone, e gran parte dei desideri che  animano le attività dei ricchi, in parte rappresentati nei film  commedia anni ’60 quando ad esempio i borghesi esibiscono in vari modi le loro debolezze, che vanno dai bisogni sessuali sempre più raffinati a un consumismo più simbolico, di status quo.  Il proletariato si identifica in tutto ciò alienandosi in un essere altro totalmente virtuale, lungo una dissociazione psichica che cancella ogni sua  identità precedente portando le masse proletarie a cercare una soddisfazione solo nella speranza, nell’attesa o in un sogno privo di ogni fondamento reale aventi per oggetto il raggiungimento di un godimento storico nuovo, un piacere comune tra classi diverse.
Inoltre in quel periodo il maschilismo e la donna oggetto sono propagandati dalla borghesia come richiamo alla bellezza del potere creando una suggestione popolare sempre più vasta che ruota intorno al bel  vivere dei benestanti, lo dimostra il boom di vendita dei rotocalchi, che spiano per il popolo, nell’intimità, la vita dei personaggi borghesi più famosi.
Il mito dell’operario massa che può diventare finalmente padrone o piccolo borghese, attraverso le qualità professionali e la intraprendenza, dilaga.
Pasolini con questo film prospetta una vittoria borghese su tutti i fronti che sembra farsi beffa delle teorie marxiste, in quanto il miracolo economico degli anni ’60 ha spostato il conflitto di classe dalla rivoluzione al riformismo, e con i media ha compiuto un’operazione culturale che ha il sapore di un grande evento storico: l’omogeneizzazione  culturale della differenza di classe  tra ceti di diversa estrazione sociale.
 

 

E’ vero quello che dice il corvo a un certo punto del percorso a Totò e Ninetto: "Io non piango sulla fine delle mie idee, perché verrà di sicuro qualcun altro a prendere in mano la mia bandiera e a portarla avanti! È su me stesso che piango...", ma è anche vero che il marxismo da allora in poi sarà nel mondo sempre più minoranza, sia nell’azione che nel pensiero e quindi chiunque abbia poi preso quella bandiera tenuta dal merlo ha avuto, nell’azione di propaganda, scarso successo, rendendo necessarie sempre nuove revisioni della teoria previsionale marxista.

Da sottolineare in questo film il falso ruolo degli attori, che anziché immedesimarsi in un personaggio preciso recitano se stessi, come voluto da Pasolini. Ogni dialogo e apparizione nella narrazione testimonia in ciascun protagonista, nell’assoluta spontaneità, caratteristiche proprie, sociali, culturali, dialettali, caratteriali. Ciò rende il film di una originalità e autenticità espressiva unica, che ne fa un’opera indubbiamente di gran pregio, dimostrando già allora a molti cineasti-commerciali famosi come lo spazio inventivo, rappresentativo, formale, stilistico nel cinema stava tutt’altro che esaurendosi; occorreva forse solo osare di più, prendersi qualche rischio maggiore al botteghino o in alternativa divenire come Pasolini un vero poeta, un cantore anche per il cinema, tutto di un pezzo, militante.

“Il buon corvo dice: "Io non piango sulla fine delle mie idee, perché verrà di sicuro qualcun altro a prendere in mano la mia bandiera e portarla avanti! È su me stesso che piango...".

Tratto dalla sceneggiatura del film

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